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ORNETTE COLEMAN: LIBERTA' E DETERMINAZIONE

 Quali siano i vostri desideri, quali siano le vostre ambizioni, potete riuscire a realizzarli senza percorrere la strada di nessun altro”. (Ornette Coleman)

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In poco più di cent'anni di storia, il Jazz d'oltreoceano ci ha regalato una nutrita schiera di grandi musicisti conosciuti e celebrati a livello planetario. Charlie Parker, Thelonious Monk, John Coltrane, Charles Mingus, Miles Davis, Sonny Rollins – per citarne solo alcuni – sono stati degli innovatori la cui influenza ha travalicato lo specifico del loro stile musicale.  Ci sono, tuttavia, altri casi in cui al genio non fa seguito una "popolarità" proporzionale all'importanza del lascito ereditario. È sicuramente il caso dell'altosaxofonista e compositore Ornette Coleman: una figura decisiva per le sorti del jazz - addirittura promotore di una nuova corrente musicale - che ha invece faticato a raccogliere i frutti del suo operato.

Coleman, assieme a Cecyl Taylor, ha praticamente inventato il Free Jazz.  Fu un solista originale e assolutamente personale che ispirò tantissimi altri musicisti a cercare nuove strade, e fu un improvvisatore coraggioso, che nell'obiettivo di non ripetersi mai trovò la propria cifra artistica. 

Il Coleman compositore amava scrivere sempre nuova musica o, alternativamente, dava sempre una nuova veste a brani già suonati in passato: brani con melodie memorabili, assai singolari nella forma, ma allo stesso tempo sempre orecchiabili e accattivanti. 

Ornette ha perseguito un’incessante e ostinata peregrinazione verso la ricerca di qualcosa d'inaudito, un qualcosa che ha poi chiamato “Armolodia”, convinto che il prodotto delle creazioni estemporanee di chi sta suonando, a patto che queste siano espressione di assoluta genuinità, sia in grado di garantire comunque un tutto armonico. Nella sua musica l’elemento melodico è il parametro principe attorno al quale ruotano gli altri aspetti. Con la melodia costruisce ampie iperboli durante l’improvvisazione e, attraverso la sua manipolazione ritmica e metrica, genera quegli effetti di tensione ritmica così caratteristici del suo stile, sia a livello solistico che tematico (si ascoltino ad esempio brani come Lonely Woman, Una Mui Bonita e Lorraine). 

Coleman è stato anche un polistrumentista, usando tromba e violino (strumenti dalla tecnica totalmente aliena al sax) per trovare soluzioni inedite di esplorazione timbrica e nuovi stimoli per l’improvvisazione.

Pur derivando dal blues, dal folk e dal bebop, il linguaggio di Ornette non è etichettabile perché strettamente correlato al contesto musicale dal quale scaturisce. Questo è anche il segreto che rende il suo contributo musicale sempre attuale e gli permette un collegamento non filtrato ma assoluto con la musica, autentico nella sincerità con la quale si esprime. Con instancabile curiosità ha condotto una continua sperimentazione anche a livello timbrico con le sue band che, per quasi tutta la carriera, furono senza strumento armonico (pianoforte, chitarra o vibrafono). Uno shock per il pubblico che, appena ripresosi dalle vorticose escursioni armoniche di Charlie Parker, nel novembre del 1959 si trovò al Five Spot di New York ad ascoltare il rivoluzionario quartetto senza pianoforte di Coleman, con Don Cherry, Charlie Haden e Billy Higgins. Con The Shape of Jazz To Come, una pietra miliare, il saxofonista prese il volo, coltivando la sua più autentica vocazione: scrivere e suonare ciò che sentiva. Un credo portato avanti nella convinzione che l'essere umano sia unico e insostituibile e come tale vada liberato, amato e rispettato. Non a caso la sua carriera è andata di pari passo, come si evince dai chiari riferimenti musicali, con l'evoluzione storica del movimento per i diritti civili che negli anni Sessanta, in America, perseguì l’obiettivo di porre fine alla segregazione razziale e alla discriminazione ancora imperante nei confronti degli afroamericani.

Partendo da quest'ultima considerazione, non si può evitare di rimarcare il rigore artistico dimostrato da quest'artista fin dai primordi. La storia del Jazz non è fatta solo di meriti, ma anche di scelte spesso difficili, e di questo il sassofonista ne è un perfetto esempio. L’estrema determinazione con cui Coleman ha portato avanti, alle sue convinzioni, la propria visione musicale, è stata anche la causa della sua frequente emarginazione. Per molto tempo Ornette non fu pienamente accettato da molti suoi colleghi, restii a capire e a condividere ciò che faceva e come lo faceva, e faticò a trovare ingaggi. Fuori dalle scene anche per lunghi periodi, costretto ad adattarsi a lavori extramusicali, egli rimase, nonostante tutto, sempre fedele alla propria filosofia, coerente con ciò che era e sentiva, nel rispetto di sé e della sua musica, senza mai piegarsi alle regole del “music business”.

La sua opera è il paradigma ideale della relazione con se stessi e con l’altro, attuata nel totale rispetto di entrambi. La musica cresce e si arricchisce grazie all’apporto libero ed egualitario delle melodie degli individui che ne prendono parte, ognuno con la propria creatività ed esperienza, proprio perché alterità; così come l’individuo nella sua vita cresce e si arricchisce grazie alla conoscenza e all’accoglienza dell’altro e delle sue idee, che, mescolandosi alle proprie, danno origine a nuove direzioni e a nuove consapevolezze.  Questo era Ornette Coleman: un uomo dal tono dolce e tranquillo che sapeva vedere col cuore ogni melodia, e ne esprimeva, con impetuosa dolcezza, l'essenza unica e irripetibile.

Monica Agosti

 

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Consigli per l’ascolto
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“The Shape of Jazz To Come” 1959, “Free Jazz” (1960), “New York Is Now” (1968), “Crisis” (1969), “Skies of America” (1972), “Science Fiction” (1972), “Soapsuds, Soapsuds” (1976), “Of Human Feelings” (1982), “In All Languages (1987)”, “Naked Lunch (1991)”, “Tone Dialing (1995)”, “Colors: Live From Leipzig” (1997), “Sound Grammar” (2005 - che gli valse il Premio Pulizer).


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Consigli di visione
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“Ornette: Made in America” (1985) di Shirley Clark  (proiezione in programma al Milestone l’8 marzo)

 

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Consigli di lettura
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“Dal Blues al Jazz dell'Avvenire” di Michele Mannucci (Stampa Alternativa)
“Free Jazz” di Ekkehard Jost (L’Epos)
“Quattro Vite Jazz” di A. B. Spellman (Minimum Fax)