Ciao Maestro!

Lunedì 21 marzo scorso ci ha lasciati improvvisamente il maestro Giuseppe Parmigiani, musicista, compositore e arrangiatore di altissimo profilo, un pioniere della musica jazz a Piacenza.

Parmigiani è stato l’insegnante, il maestro di tanti musicisti piacentini e non. Docente in pensione di clarinetto al Conservatorio “G. Nicolini” di Piacenza, da 18 anni presidente di giuria al “Concorso Nazionale Chicco Bettinardi per Nuovi Talenti del Jazz Italiano” è stato fondatore e direttore della big band piacentina “Sugar Kitty Band” per oltre vent’anni.

A lui il Piacenza Jazz Club deve molto; probabilmente senza di lui ora non esisterebbe.

<<Taciturno, burbero all’apparenza. Ma sotto la scorza, che era il rovescio della timidezza, una sensibilità ed empatia fuori dal comune.>>

Così allievi, colleghi e amici del jazz piacentino, di cui era colonna e progenitore, parlano del maestro Giuseppe Parmigiani.

Tanti i messaggi, le foto e i momenti che sono circolati sui social alla notizia della sua scomparsa a soli 75 anni. Dai più giovani, come Mattia Cigalini o Dejan Krcev a Giuliano Ligabue o Gianni Azzali, il sassofonista, presidente del Piacenza Jazz Club e direttore del Piacenza Jazz Fest, 58 anni, lo conosce da quando ne aveva 16. <<Un secondo papà. Andavo a lezione a casa sua a Castelsangiovanni, in pullman e treno da Ponte dell’Olio, ho iniziato così. Il Jazz non mi piaceva, me ne fece innamorare lui attraverso la colonna sonora di “Jazz Band”, uno sceneggiato televisivo di Pupi Avati con il magnifico Henghel Gualdi al clarinetto. Poi allestì una sezione di sax con i suoi allievi, da cui in seguito nacque la Sugar Kitty Band e una serie di infinite collaborazioni>>.

Dal 1975 al 2013 Giuseppe Parmigiani è stato docente di clarinetto al Conservatorio Nicolini, dove aveva compiuto i suoi studi. Tra le figure più significative della scena jazz italiana, iniziò da ragazzino a suonare nella banda, iscrivendosi poi a clarinetto al Nicolini, dove si è diplomato nel 1967. Lì, ha poi seguito il corso di composizione, studiando, tra gli altri, con il maestro Marcello Abbado. All’inizio degli anni Settanta, Parmigiani ha eseguito nell’orchestra del Piccolo Teatro “L’opera da tre soldi” con Milva e Modugno diretti da Strehler. Nel 1975 ha composto molti brani per il quintetto di Luciano Biasutti, con il quale ha inciso l’album “Blue bone”. Ha suonato nella big band della Rai di Milano, collaborando con Gigi Cichellero e con la big band del Capolinea diretta da Attilio Donadio e Tullio De Piscopo. Ha registrato album con Astor Piazzolla, Don Sebesky e Gino Paoli e compiuto tournée con Gigliola Cinquetti in Giappone e in Corea. Negli Anni Ottanta finalmente Parmigiani ha coronato il suo sogno: una big band di ragazzi, la Sugar Kitty Band, dalla quale sono usciti molti attuali talenti. Non si contano le collaborazioni e i concerti che Parmigiani ha realizzato dagli Anni Novanta al Duemila: dal Cd “SaxEnsemble” per quartetto di saxofoni, agli arrangiamenti per il tour mondiale di Andrea Bocelli. Ha suonato in varie formazioni, tra cui Musica Insieme Cremona (collaborando con Kathy Berberian), Carme di Milano e le orchestre: Sinfonica Rai, Toscanini, Haydn e Arena di Verona. Lo ricordiamo nei gruppi Birdland e Nuovarmonia, in duo con l’arpista Ester Gattoni e in altre interessanti formazioni.
Il maestro Giuseppe Parmigiani lascia un enorme vuoto nella musica e nei cuori di chiunque lo abbia conosciuto.

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L’INTERVISTA

Giuseppe Parmigiani era un uomo di poche parole, difficile fargli raccontare cose, ma riportiamo un’informale intervista realizzata da Jody Borea nel 2010 a casa del maestro, dopo una lauta cena preparata da sua moglie Fernanda (una cuoca sopraffina!) e pubblicata nel volume “Jazz in Libertà”, edito da Editoriale Libertà e Piacenza Jazz Club.

Maestro, cominciamo dalla sua passione per la musica, come e quando nasce?
È nata suonando. Io non ho cominciato perché avevo una passione. I miei genitori non mi lasciavano uscire alla sera, salvo se dovevo suonare, quindi diciamo che suonare mi dava la possibilità di uscire alla sera con il permesso dei miei genitori. Successivamente, suonando, la passione è scoppiata.

Mi sta dicendo che era un autodidatta, ha imparato da solo?
Ho cominciato nella banda del mio paese, Castel San Giovanni; mi hanno dato un saxofono – malconcio tra l’altro – e ho cominciato a suonarlo, senza avere un insegnante che mi impostasse. Il direttore della banda era anche il mio professore di musica alla scuola media e un po’ mi ha aiutato. Mio padre era un orchestrale non professionista, il suo lavoro era l’imbianchino; allora gli imbianchini lavoravano solo d’estate, d’inverno dirigeva un complessino che fu tra i primi ad inserire tromba e saxofoni al posto dei consueti violini e flauti, adeguandosi alla moda americana del foxtrot. Ogni settimana arrivavano, da Milano, “tonnellate” di spartiti di musica,  in molti casi erano edizioni Curci – ricordo gli arrangiamenti di Giacomazzi. Mio padre non mi diede mai lezioni, ma leggevo dei libri di teoria musicale che trovavo in casa. Rimasi però autodidatta per poco, infatti, appena terminata la scuola media, mi iscrissi al Conservatorio “Nicolini”…dopo alcuni anni mio padre divenne il mio primo capo-orchestra!

C’erano anche canzoni americane? Pezzi di Jazz?
Canzoni americane sì; più che Jazz diciamo Swing, che però faceva già parte della storia.

Quindi anche suo padre era autodidatta?
No, era andato a lezione dal maestro del paese, il maestro Salsi, che insegnava violino e fisarmonica e aveva formato diversi musicisti del luogo. Mio padre oltre al violino suonava anche il sax tenore, che era il normale “double” dei violinisti (come il sax contralto per i clarinettisti o la tromba per i fisarmonicisti).

Dopo quelle prime esperienze quando è entrato al conservatorio?
Dopo la terza media. Io ero molto bravo anche in disegno, avevo quindi queste due passioni, esattamente come mio padre, che dipingeva e negli ultimi anni ha fatto molti quadri. Alla fine la musica prevalse, nonostante la contrarietà di mia madre. Iniziai quindi il conservatorio con il clarinetto (allora saxofono non c’era). Fino a quel punto la mia formazione era tipicamente italiana, formata dalla banda, il Jazz non sapevo nemmeno cosa fosse, addirittura non avevo ben chiara le differenze tra Dixieland, Jazz e Rock.

Inizialmente ha avuto difficoltà?
No, devo ammettere che ho sempre avuto facilità tecnica ed una stupefacente abilità nella lettura, una dote naturale.

L’incontro con il Jazz?
Durante gli studi, entrai in contatto con alcuni compagni di scuola più avanti negli anni, che mi fecero ascoltare clarinettisti jazz; così cercai, a fatica, di colmare la lacuna. Tra l’altro a quel tempo non avevo un giradischi, ma feci una campagna dello zucchero e, con i soldi guadagnati, acquistai un registratore. Cominciai a registrare le trasmissioni jazz della radio cercando di comprenderne il linguaggio. Dopo l’ascolto dell’orchestra di Ray Conniff, in gran voga in quegli anni, in cui era evidente il contributo che forniva l’arrangiatore, decisi che avrei fatto di tutto per imparare l’arte dell’arrangiamento e tutto ciò che ho fatto in seguito si è mosso in quella direzione. Mi sono quindi iscritto al corso di Composizione con l’allora direttore del Conservatorio Marcello Abbado, da cui imparai l’armonia; questa disciplina prevede anche lo studio del pianoforte, che mi è stato molto utile nella mia professione.

La passione per il Jazz non era però osteggiata in quegli anni dagli insegnanti di conservatorio?
Non direi, anche se devo ammettere che noi giovani, in realtà, non manifestavamo molto la passione per la musica afroamericana. Se si studiava regolarmente, l’insegnante non aveva nulla da eccepire. Del resto anche il mio insegnante di clarinetto (il maestro Maramotti) come altri della sua epoca, per arrotondare lo stipendio del conservatorio suonava il saxofono ai varietà del Politeama.

Raggiunto il diploma che progetti aveva?
Prima di diplomarmi già lavoravo in vari complessi da ballo e con un complessino in Egitto, un’esperienza che mi aveva colpito molto, tanto che fui tentato di mollare il conservatorio per proseguire con quell’attività. Si trattava di musica leggera italiana e internazionale, accompagnavamo un cantante, ma alla fine decisi di tornare in Italia e completare gli studi, cosi mi diplomai. Subito dopo dovetti fare il servizio militare. L’esperienza di leva fu musicalmente utile in quanto, dopo un inizio terrificante negli Alpini, venni trasferito a Roma nella Banda dell’Esercito che era ed è una banda di grandi professionisti. Per finire lì dovevi essere bravo. Fu così che conobbi musicisti che alcuni anni dopo ritrovai negli studi di registrazione a Milano. Tra gli altri ricordo Sergio Farina, trombettista e chitarrista fantastico. Ascoltai dei clarinettisti che provenivano da diverse città d’Italia e capii che Piacenza era veramente un piccolo mondo.

Torniamo al primo incontro col Jazz. Quali erano allora i musicisti che la interessavano maggiormente?
Ero decisamente attratto dai clarinettisti jazz, Benny Goodman, successivamente Buddy De Franco. Artie Shaw lo conobbi dopo, anche se devo ammettere che il primo shock me lo diede Henghel Gualdi, quando lo ascoltai dal vivo nella mia Castel San Giovanni, in quel locale che allora si chiamava Royal (oggi è la discoteca King). Non la presi molto bene, fu come una bastonata, uscii immediatamente dal locale e feci un giro dell’isolato per farmi forza prima di rientrare. Fino ad allora ero convinto di avere delle qualità, ma dopo l’ascolto di Gualdi, mi resi conto che avevo ancora molta strada da fare. Nel suo gruppo in quel periodo c’era Giorgio Baiocco, tenorista che suonava molto bene anche il flauto; successivamente suonammo assieme nella Big Band del Capolinea e diventammo amici.

Dopo il diploma?
Durante il servizio militare ebbi un grosso problema di salute, restai all’ospedale militare per due mesi, non stavo bene, fui operato anche di tonsille, la cosa mi smontò psicologicamente. I dottori ipotizzarono una grave malattia renale e invece era semplicemente un calcolo. Quell’esperienza mi tolse un po’ di sicurezza. Dopo il congedo e dopo aver risolto la situazione con un’operazione chirurgica, mi arrivò da Sanremo una proposta da Piero Giorgetti, ex cantante di Carosone, magnifico imitatore di Sinatra, che mi chiese di suonare il saxofono con lui. Feci un’audizione e venni ingaggiato cominciando a lavorare nei night. Si suonavano prevalentemente  successi di musica leggera italiana (Battisti, ad esempio), ma anche pezzi dei “Blood, Sweat and Tears”, “Chicago” etc.; poi, ad una certa ora, era consentito anche qualche pezzo swing.

Che dischi acquistava allora?
Uno dei primi dischi che comprai fu di Pete Rugolo, che mi abituò all’idea musicale ed espressiva dell’orchestra di Stan Kenton. Poi ascoltai per la prima volta Charlie Parker e ne rimasi letteralmente spaventato. Trasmisero per radio il famoso concerto di Toronto del 1953, lo registrai e fu un altro shock. Scoprii il Bebop senza sapere che si chiamava così. Rimasi affascinato dalla bravura tecnica di Parker, Gillepie e altri ma, se devo essere sincero, non ci capii molto. Il mio background jazzistico derivava da un metodo per “improvvisare hot” basato su accordi e arpeggi in forma semplice. Era un approccio verticale all’improvvisazione, improvvisavo pensando agli accordi. Poi, venendo a contatto con altri musicisti scoprii che c’era un altro modo di suonare, illustrato per la prima volta da George Russell nel famoso metodo “Lydian Chromatic Concept”. Nel testo di Russell c’erano comunque cose un po’ ostiche per il mio gusto, ma apriva la mente ad un nuovo modo di pensare.

L’ incontro con i grandi sax moderni, tipo Coltrane, Stan Getz?
Stan Getz lo conoscevo, avevo comprato proprio le cassette dei dischi di Getz sulla Bossa- Nova. Coltrane mi spaventava perché lo sentivo “alieno” anche se in seguito, conoscendolo meglio, cambiai opinione (ma è successo anche ad altri, vedi Polillo, che di jazz se ne intendeva).

Qui siamo già negli anni settanta. Poi nel 1976 c’è questo disco di Luciano Biasutti  con tutti i brani composti da lei. Ascoltando questi brani mi sorprende constatare che, solo dopo pochissimi anni lo stile è molto cambiato: ci troviamo di fronte ad un genere avanzato, che sarebbe stato chiamato “Hard Bop Modale”, al passo coi tempi. Cos’era successo in quegli anni, a cos’è dovuta questa trasformazione?
L’aver scoperto che esisteva l’aspetto “modale” di improvvisare, aveva influenzato anche il mio modo di comporre. Inizialmente cambiare lo stile da verticale ad orizzontale, ha prodotto nella mia improvvisazione dei risultati modesti, ma successivamente, anche grazie agli studi di composizione con Gilberto Bosco, le cose andarono bene. Imparai anche il contrappunto classico a quattro parti che, non a caso, muove le parti pensando orizzontalmente e che mi venne molto utile per l’arrangiamento.

Dopo quel disco di Biasutti, mi pare che lei non abbia proseguito sulla quella strada; sbaglio?
In realtà scrissi ancora dei brani di carattere modale, ma scoprii allora l’esistenza, dopo anni che facevo questo lavoro, dell’Anatole, il giro armonico di “I Got Rhythm” di Gershwin. Forse anche grazie a questa scoperta tornai a lavorare sul tonale.

Allora a Piacenza c’era un circuito jazzistico? C’erano musicisti di Jazz?
Non c’erano musicisti che facevano del vero Jazz, tantomeno jazz avanzato. Gli unici nomi che ricordo erano quelli di Luciano Cervini, Ennio Scolari e Umberto Lamberti. Facevano parte della generazione precedente e avevano un altro tipo di gusto, più leggero, più swing. Altri, come i fratelli D’Angelantonio, erano più avanzati stilisticamente e dotati di una musicalità impressionante. Da Dino ho imparato a suonare l’organo usando l’armonia lata. In altri tempi avrebbero avuto le carte in regola per lasciare un’impronta ben maggiore di quella lasciata. Dopo di loro, l’unico che aveva talento era il saxofonista Loris Egeste, che però si dedicò completamente alla musica da ballo. Ho quindi coltivato il Jazz in solitudine. Poi però ci fu anche una scelta, quella di trattarlo come uno dei tanti generi che mi piacevano, ma di non praticarlo in modo specialistico (mi dicevo: “è una strada senza ritorno!”). Mi aveva dato fastidio il fatto che musicisti anche molto preparati dal punto di vista jazzistico, non fossero in grado di suonare in modo stilisticamente corretto musiche apparentemente più semplici. Ricordo un episodio, durante un’esibizione con l’orchestra di Gigi Cichellero a Milano, un’orchestra con grandi solisti come Emilio Soana, Filippo Daccò e Attilio Donadio, allo “Splash Down”, un locale di liscio; dopo mezz’ora di esibizione, la gente cominciò a chiedere valzer; ebbene scoprii che Daccò si rifiutava di utilizzare semplici accordi, un semplice Do maggiore, oppure un semplice Re settima, come quello all’inizio della “Cumparsita”; penso lo ritenesse ripugnante, doveva per forza usare accordi arricchiti che in quel contesto assolutamente non funzionavano. Poi c’era Attilio Donadio, bravissimo saxofonista e arrangiatore, che di fronte ad un valzer di Strauss non riusciva a rinunciare allo swing. Fu un episodio che mi lasciò molto perplesso: erano assolutamente fuori contesto e non sapevano adattarsi allo stile del pezzo. Io desideravo poter affrontare qualsiasi musica con proprietà di linguaggio e con lo stile corretto; era il mio lavoro!

Lavorò anche con altre orchestre?
Si, facevo teatro con l’orchestra del Piccolo Teatro di Milano, eseguivamo l’ “Opera da Tre Soldi”, con musiche di Kurt Weill. Partecipai anche ad un bellissimo programma TV, “Di Jazz In Jazz”, con l’orchestra della Rai. Ad un certo punto, frequentando gli studi televisivi, Filippo Daccò mi disse: “Tu vai bene, devi solo fare un po’ di big band”. Cominciai così a suonare nella big band del Capolinea ed entrai nel circuito delle sale di registrazione milanesi.

Se non sbaglio fu proprio in sala di registrazione che conobbe Astor Piazzolla e Don Sebesky. Cosa ricorda di questi due grandi musicisti?
Don Sebesky già lo conoscevo; ma mi rimase impressa la sua capacità di concentrazione: abbassò la testa sugli spartiti e rimase in quella posizione per tutto il tempo, come in trance e muovendosi quel minimo indispensabile per dirigerci. Mi trovai tra l’altro a suonare accanto a Eddie Daniels, che allora non sapevo suonasse anche il clarinetto. Piazzolla (che ancora non era molto conosciuto) aveva fatto delle orchestrazioni particolari, usando tre flauti in Sol, sempre all’unisono, sonorità già usata con profitto anche da Henry Mancini. I tre flauti eravamo io, Hugo Heredia e Sergio Rigon. Piazzolla era sempre incazzato, un brutto carattere; forse a causa dei suoi problemi di deambulazione. Era sempre vicino al tecnico del suono bestemmiando, non era mai contento. Venni poi a sapere che, tornando a Parigi, aveva affermato che quelle registrazioni non gli erano piaciute e che a Milano non sapevamo suonare! Ricordo che durante la seduta ad un certo punto chiese un passaggio (scritto) di flauto solo e nessuno riuscì ad eseguirlo con l’intenzione che lui desiderava; nemmeno Heredia che è argentino e quindi con una sensibilità affine alla sua.

Poi finalmente arrivò l’incarico presso il Nicolini…
Esatto. Fu un bene, perché quella vita, cioè aspettare che suonasse il telefono per un ingaggio, cominciava a pesarmi. Allora in pochi si cimentavano col clarinetto; fu una fortuna per ottenere l’incarico in conservatorio. Ripresi a studiarlo dopo che, con l’acquisto del sax soprano, l’avevo un po’ abbandonato. Colmai allora anche una lacuna: suonai molta musica lirica col clarinetto e musica da camera con il sax alto in giro per l’Italia, prevalentemente nel periodo estivo, riuscendo a conciliare questa attività con l’insegnamento. A quel punto il Jazz era stato un po’ accantonato. Non era possibile a Piacenza formare un complesso jazz con le sole forze locali, mancavano trombettisti e soprattutto pianisti. Risale a questo periodo anche la mia grande passione per la musica barocca. In questo, a Piacenza, sono stato veramente un precursore.

Il jazz riprese con la nascita della Sugar Kitty Band?
L’idea dell’orchestra non fu mia. La big band di Piacenza, la Sugar Kitty Band, fu un’idea di Luigi Puppo, allievo di trombone al conservatorio. Io preparai un arrangiamento, che era in effetti il mio terzo arrangiamento per big band. Precedentemente avevo arrangiato due brani, “I Remember Clifford” e “Jordu”, scritti per Luciano Biasutti in vista di una tournée in Bulgaria nella quale doveva eseguirli con la big band di Radio Sofia. Fu così che imparai ad arrangiare per orchestra jazz. A questo proposito voglio raccontare un aneddoto: una volta pronto, partii per la Bulgaria con la mia valigia, con le parti degli arrangiamenti, i vestiti e il mio flauto d’argento; io arrivai a destinazione ma la valigia no. Mi trovai senza nulla; la valigia era finita a Vienna per errore e mi venne rispedita dopo due giorni. A quel punto il tempo per provare i brani era davvero scarso e si decise di eseguirne uno solo: “Jordu”. L’arrangiamento funzionò alla perfezione e i membri dell’orchestra mi fecero i complimenti. Quello fu il mio battesimo come arrangiatore.

E il materiale per la Sugar Kitty Band?
Il primo arrangiamento fu quello del brano “All Of Me”, con organico ridotto, cinque sax, tre trombe e tre tromboni. Da quel momento non mi sono più fermato. I ragazzi dell’orchestra venivano un po’ dal conservatorio e un po’ dal mondo delle orchestrine da ballo ma, soprattutto nella sezione dei sax, si amalgamarono molto bene.

Credo che quella sia stata l’unica orchestra jazz a Piacenza.
Direi proprio di si. Restammo attivi per cinque anni. Non fu facile, anche le istituzioni non aiutavano. Venni addirittura denunciato all’Ispettorato del Lavoro, perché non perfettamente in regola con i mille cavilli fiscali dei quali si doveva tenere conto. Fu uno dei motivi che mi spinse a scioglierla. (“Fu riformata anni dopo con un cosiddetto “secondo gregge” n.d.r.)

Fu un peccato. Ricordo con piacere due concerti che organizzai io, presso la parrocchia del Corpus Domini e alla Filo. Poi ci fu il successo alla sala degli scenografi del Municipale nel 1985, con l’esecuzione della “Rapsodia in Blue”. Tra l’altro l’orchestra ebbe anche il merito di favorire la nascita della prima scuola di musica jazz a Piacenza.
Si, nacque in Piazza Cavalli sotto l’egida dell’Entel,  poi si trasferì presso la Tampa Lirica in via Primogenita. Insegnavamo io, Luigi Puppo, Gianni Azzali, Alberto Scrocchi e il compianto Dino d’Angelantonio.

Maestro, un ultima domanda, la Sugar Kitty Band potrà risorgere?
Vista la crisi che si respira, sia economica che culturale, direi che sarà molto difficile. Peccato, perché ho la casa piena di arrangiamenti che aspettano solo di essere eseguiti.*

* a fasi alterne la Sugar Kitty Band si è ricostituita altre volte per importanti progetti anche discografici, nati dalla penna di Parmigiani, come “T’al dig in Jazz – from Piacenza with love”, “Classic in Blue” e “Verdi’n Blue” – n.d.r.