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Quattordici.

E' l'anno 2004. E' l'anno di Zuckerberg che si inventa Facebook, (Twitter nascerà 2 anni dopo e WhatsApp solo 4 anni dopo). La piazza è ancora la piazza e luogo di incontro. È un campanile e un amico che ti chiede come stai e ascolta (ancora) la risposta. Tempo passato molto remoto. Un gruppo di matti in quel marzo 2004 decide di non accontentarsi di un concerto a Umbria Jazz o di un disco da 140 grammi ascoltato di notte sul divano e si inventa l'edizione numero 1 del Piacenza Jazz Fest. Voglia di stare insieme. Voglia di trasformare il musicista di una copertina di un disco Blue Note o di un autografo in un musicista sul palco. Jazz sul serio... quello dal vivo! Amicizia. È la parola che ricordo bene e la parola che ricordo meglio. La partenza del tutto. C'era una fede (nella musica afroamericana) che si incastrava con l'amicizia, un credere comune, una tessera che diventerà tante tessere, che sono diventate (per ora) quindici tessere e la musica che ascoltavi da solo che vuole diventare di tutti. Che diventerà musica ascoltata insieme. Il primo programma è già bellissimo, ma gli manca ancora sullo sfondo la skyline della città... arriverà presto. I musicisti che ascoltavamo in disco sono sul palco, i nostri palchi. Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Franco d'Andrea, Giovanni Tommaso. Con Steve Turre e Michele Hendricks arrivano gli americani. E questa è la musica dell'America. Un po’ come ascoltare Pavarotti cantare alla Scala o Messi giocare al Camp Neu. I teatri sono il Conservatorio Nicolini e il cinema President. E' solo l'inizio. Nel novembre dello stesso anno inventiamo il prefestival del festival numero 2 che verrà. Aggiungiamo ai teatri "il teatro". Al Teatro Municipale Wayne Shorter e il suo quartetto da favola. Libidine allo stato puro. Shorter è nel 2004 (insieme a Sonny Rollins) il jazzista più grande del pianeta. La storia, Miles Davis, Weather report, il passato e il futuro. Il jazz che ascolteremo tra vent'anni passa da quel saxofono. Wayne esce in proscenio, stringe gli occhi, guarda il teatro, lo assorbe e restituisce ai mille una serata memorabile. Malpensa, la suite al Grande Albergo Roma, la custodia del sax, molti sorrisi e nemmeno una parola, perché il nostro inglese è scarso e Shorter ha una forte propensione “zen”. Viviamo quattro giorni da ubriachi. Come avere Maradona che gioca a calcio in piazza Cavalli. Stress e adrenalina. La svolta. Ai teatri dell'anno prima si aggiungeranno lo spazio Rotative, al Teatro Verdi di Fiorenzuola il Teatro Verdi di Castel San Giovanni e l'Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano. I Funk Off invaderanno con il loro "Funky marciante" le vie del centro e la piazza. La musica è dal vivo e dà vita alla città. 

Anno 2017, oggi. Dal palco di questo nuovo festival. Davanti al palco un mare di teste. Musicisti e pubblico, nei luoghi dei concerti e degli incontri: tutti mescolati in un lungo serpente che attraversa la città. Risalgo la fila al contrario dalla fine verso l'inizio. Dal 2017 al 2004. Quattordici festival rivisti in una ventina di scatti. Un viaggio in contromano. Una carrellata con macchina fotografica, uno scatto ogni tanto. Impossibile fotografare tutti. Impensabile rivedere tutte le foto.

Angelo Bardini
(vice Presidente)


Istruzioni per l'uso: nella lettura è inutile pensare alla sintassi e alla punteggiatura. Google (per i luoghi) e Youtube (per i musicisti) possono migliorare sensibilmente la fruizione della storia. L'idea delle "/" (slash) tra una fotografia e l'altra viene dai ricordi di uno scritto di Alessandro Baricco. Non saprei dire quale. Mi è sembrato il modo più efficace per separare foto raccontate.